Il coaching come modo di essere

La mia intervista rilasciata a Francesco Varanini per la rivista Persone & Conoscenze.

Per cominciare, non possiamo che partire da una domanda. Anzi, più che una domanda, mi sembra giusto dire: partire da una narrazione. Come hai conosciuto il coaching?

Come ho conosciuto il coaching… Se devo parlare della mia storia, devo partire più da lontano. Da ragazza, da giovane, ero un’atleta. Ho iniziato molto giovane l’attività sportiva a livello nazionale: pallacanestro.
Ho imparato così, nella pratica, cosa sono le dinamiche di gruppo. Il gioco di squadra. Cosa fa vincere e cosa no. Cosa accade quando non abbiamo successo.
Perché facciamo partite vergognose. Perché abbiamo vinto partite sulle quali non avremmo mai scommesso.

Interessante. Poi approfondiamo. Ma sorge subito un’altra domanda. Perché non sei ancora lì, perché sei uscita dal mondo dello sport… Se ne sei uscita.

Lo sport non permette di vivere una vita intera, a meno di diventare allenatori… Meglio intenderlo come una stagione. Io l’ho sempre inteso così. Anche quando lo vivevo intensamente, sapevo che poi avrei fatto qualcosa di diverso. Lo sport brucia, a venticinque anni si è vecchi. O si resta in quel mondo, o ci si deve inventare qualcosa.
E poi la famiglia era contraria al fatto che restassi per sempre in quel mondo. Così mi sono laureata.

In cosa?

Mi sono laureata in scienze politiche, indirizzo internazionale.
Mi sono formata come manager. Nasco da una famiglia di manager. Avevo interesse per l’azienda, curiosità. Il mondo aziendale lo volevo conoscere.
L’azienda mi ha permesso di strutturarmi. Con il senno di poi è stato un percorso di integrazione tra diversi aspetti della mia personalità.
Ho lavorato nell’Information technology, sono stata analista di organizzazione, mi sono occupata di processi, di ristrutturazione e riorganizzazione, gestione cambiamento, privatizzazioni.
Vent’anni di esperienza.
Dopo anni in un istituto di credito, sono passata a una merchant bank, nel momento in cui l’azienda viveva una situazione complessa, legata anche a un cambiamento di proprietà. Ero entrata come responsabile. Ho vissuto momenti di disorientamento.

E allora?

Allora, conosco il coaching all’estero. Mi prendo un coach e ottengo risultati inattesi… Performance straordinarie, non prevedibili a tavolino. Come avere messo la quinta alla macchina: non un correre senza senso, gratuitamente, ma proprio il liberare la potenza, esprimere la potenza nella vita quotidiana…
Quando ho incontrato il coaching è stato riconoscere qualcosa di mio. Come se si fossero accese le lampadine. Qualcosa che è all’interno di me. Poi ho ricostruito: ho connesso con la mia esperienza sportiva. Ho colto le similitudini con lo sport, gioco di squadra. Ho capito quanto la consapevolezza nell’azione, che avevo sperimentato da atleta, potesse essere potenziante e facilitare nella performance.

Mi pare tu veda un legame di base che connette il coaching e la performance.

La performance è ‘potenziale’ meno ‘resistenze’. Attraverso il coaching ci si alleggerisce, si superano le resistenze, si acquista velocità nel superare le tappe, si riprende in mano la nostra potenza.
Di fronte alle cose che non possiamo controllare o combattere, ce ne andiamo, di solito, ma il coaching ci mostra come ce la possiamo fare.

Come nello sport. Appunto, torniamo al basket.

Sì, torniamo al basket. Adesso vedo il coaching come un naturale proseguimento. Perché in entrambi i contesti tutto parte dall’osservazione e dall’ascolto. Osservazione e ascolto delle caratteristiche di partenza, delle possibilità.
Nello sport, tutto sta nell’utilizzare al meglio se stessi, partendo dal fisico. Sono ambidestra, anzi sono mancina ma sono stata educata. Forzata anzi a usare la mano destra, come accadeva quando ero bambina, ma poi per fortuna una insegnante mi ha lasciato libertà di usare entrambe le mani.
Si parte dal corpo, dal proprio fisico, per arrivare a scoprire come utilizzare al massimo se stessi e il gruppo, per vincere… Come portare a valore ciò che non è detto, ma emerge attraverso il dialogo tra giocatori, quella solidarietà che si crea nello spogliatoio, in campo.

Qui c’è un tema interessante, proprio per avere frequentato i due mondi ce ne puoi parlare. Il tema delle metriche. Come si misura il valore, come lo si rileva nello sport e in azienda. La balanced scorecard è in origine uno strumento usato nel mondo dello sport per descrivere le prestazioni dell’atleta…

Lo score: rilevare la performance, oggi si fa con la ripresa filmata. Il tema di fondo è essere consapevoli di cosa si è fatto.
L’ultimo canestro era assolutamente sacro, apparteneva alla squadra, non contava chi l’aveva messo dentro, non contava chi l’aveva fatto. Conta lo score, conta la prestazione. Questo in campo, in squadra.

Dopo invece, finita la partita, si misura, ci si misura… 

C’è la valutazione dell’allenatore e c’è l’autovalutazione personale. Si deve sempre cercare la verifica, il feedback, serve per chiedersi cosa si poteva fare di più. Disciplina, costanza, ma sempre sapendo che non si può fare quello che non corrisponde alla persona.
Qui entra in gioco l’allenatore. Il suo ruolo è fondamentale, indispensabile. Il coach fa le domande, le domande sulla performance. Le domande sono fatte individualmente. Una continua verifica, ma a partire dalla persona, dal singolo. Un continuo chiedersi cosa, come. Si guarda se c’è reiterazione della performance.

Ecco l’allenatore, il coach. Sostanzialmente, cosa fa?

Osservazione, questa è l’essenza di ciò che fa l’allenatore.
L’allenatore impara osservando l’andamento del gioco, osservando i giocatori.

Osservazione: sta qui la differenza? Cosa vede di diverso chi fa il coach da chi fa assessment o bilancio delle competenze? Cosa vede di diverso chi fa il coach da chi fa il dirigente?

Osservare, ascoltare. Le persone vanno ‘alfabetizzate’, allenate a comprendere lo sviluppo del sé.
Il coach osserva nella sua interezza la dinamica aziendale, perché la performance dipende da come si fa, non solo da cosa si fa. Il coach guarda sempre al come, osserva le dinamiche messe in azione in funzione dello scopo.
I comportamenti non sono né negativi né positivi, nel coaching non si bada a questo, si bada all’efficacia.
Si lavora per scoprire in sé la responsabilità nel decidere… essere più forte per saper andare avanti…
Non va a esaminare il perché della situazione, la sua origine… solo si cerca il punto di partenza restando focalizzati sugli obiettivi. Si cerca il mutamento, si guarda al processo.

E questo in azienda solitamente… 

Questo in azienda si perde.
Perché nelle aziende dipende dalle relazioni verticistiche Mentre il coach è a lato, guarda il team.
Nell’azienda non esiste una squadra, sarebbe bello… player, ala, pivot, guardia, ognuno nel ruolo che gli corrisponde.
Il coach nello sport ti osserva mentre fai il player, ti allena a vedere quello che stai facendo. In azienda
non è così. Il dirigente è il capo, non è un coach.

E così si perde di vista il modo di fare le cose. In realtà mi pare che tu dica che in azienda finisce per
mancare la prospettiva per vedere, per osservare quello che succede.

È proprio quello che in azienda si chiama processo, me ne sono resa conto occupandomi di analisi organizzativa.
Il processo non è facile da definire, ma appunto l’analogia con lo sport mi aiuta: osservare non
solo quello che faccio io, non solo me stesso, non una singola attività, ma abbracciare con l’osservazione l’insieme, come si muovono gli altri… Questo modo di vedere, per processi, è importante in azienda, proprio perché l’azienda in senso stretto è verticale, retta dalla gerarchia.

Nello sport invece…

Nello sport le persone si presentano alla squadra per quello che sono. Sono questa persona, quello che so fare si vede da come agisco, si vede da quello che mi viene bene.
L’osservazione permette al coach di comprendere le caratteristiche della persona, le sue attitudini.
Non solo l’altezza, il peso, ma soprattutto velocità, tocco, grinta, prontezza di riflessi, dinamiche comportamentali.

Non so bene, ma mi viene da chiederti se c’è qualche rapporto tra questo e il modo di fare l’analisi
delle competenze che si adotta in azienda.

L’analisi delle competenze la si fa spesso dimenticando chi è la persona. Grande buccia di banana, per l’azienda e anche per la persona stessa. Per l’azienda, il confronto con un modello di competenze già date rischia di non far vedere la grande star.
Per la persona, se l’azienda è molto competitiva, si rischia di essere schiacciati, non si regge alla competizione e allora ci si difende non facendosi vedere per chi si è veramente.

Stai mettendo in campo anche un tema etico…

Qui entrano in gioco i valori. Se la persona non si sente riconosciuta si demotiva. Le persone demotivate sono un peso.
Grande differenza, il coach osserva la persona per quella che è, non guarda a cosa sa già fare, guarda al suo potenziale. Così si crea una squadra vincente…

Dunque le aziende e i manager che vogliono essere vincenti…

Devono focalizzarsi per prima cosa su chi è la persona… Cercare di capire la consonanza di valori, se non c’è questa non c’è un vero futuro per la persona in quell’azienda e, allo stesso tempo, dal punto di vista dell’azienda, quella persona non potrà veramente portare valore.
Focalizzarsi sulla persona e, solo dopo, preoccuparsi di vedere se la persona ha le competenze…
Se ci sono le basi e l’interesse le competenze si possono sempre apprendere.

Torniamo alle differenze tra l’allenatore e il dirigente.

Ci sono dirigenti che vengono in azienda e fanno sconquassi, perché non colgono le dinamiche.
Non è solo questione dell’allenatore. Le squadre sportive hanno il coach e hanno chi si occupa di dinamiche psicologiche ed emotive… Io non credo che il capo in azienda possa fare il coach…
Ma come l’allenatore può essere più o meno capace. Un manager può essere più attento alle dinamiche.

Ma non sarà mai lui il coach. Cosa fa il coach? Dicevamo dell’osservazione. E poi?

Il coach dice sempre, di fronte a ogni situazione: proviamo a sperimentare. John Withmore parte sempre facendo domande. Il coach lavora per conoscerti, per vedere se ci sei attraverso la tua espressione. Il coach crede nell’allenamento…
Lavora sul ‘provare per credere’. Ti senti, ti misuri, cadi e ti rialzi. L’allenatore sta sempre lì, ti guarda, ti sprona a uscire dall’impasse.

L’allenatore mette al centro la persona.

L’allenatore… quando in campionato non andavamo all’allenamento eravamo fuori squadra. L’assenza non rimaneva impunita. Una assenza, ed eri fuori squadra. Ci bruciava. Ma imparavamo a non sentirci indispensabili. Anche se ognuno in fondo è indispensabile, perché ognuno è diverso e apporta qualcosa che nessun altro può dare. C’è la persona e c’è sempre anche il gruppo, la squadra. Sennò non si ottengono i risultati. Quello che fa la differenza è la passione.

Va bene. C’è la passione che deve accomunare. Ma restano le differenze. Dicevi della star, che
l’azienda non sa valorizzarla. Ma se conta il gioco di squadra…

La star è il riconoscimento agito della peculiarità di ciascuno. I fatti parlano, i risultati parlano chiaro, se c’è lo score… questo non può essere messo in discussione.
Ma la star è riconosciuta dal coach se la star riconosce il gruppo. Se c’è qualcuno outstanding senza integrazione…non funziona.

Dicevi prima che in azienda non si valorizzano le star. Però non si potrebbe farlo?

Sì, è una cosa che in azienda non si fa, ma si potrebbe fare: riconoscimento chiaro della star anche in azienda, sempre però gestendo la dinamica, cercando l’integrazione della persona nel gruppo.

Insomma cosa vede una persona come te che mette insieme lo sguardo del manager perché sei stata
anche manager e lo sguardo del coach? Come legge il coach il lavoro, l’ambiente di lavoro?

Il lavoro dovrebbe iniziare e finire quando capisco a cosa serve quello che faccio. Si lavora per dare feedback e per ricevere feedback.
Il coaching aiuta a costruire una visione trasversale, una visione aziendale come ‘modello antropomorfo’, come una persona, sì: il braccio destro prende in mano una cosa e il braccio sinistro la butta. Questo a cosa serve? Qual è lo scopo?
Una funzione si sente forte e l’altra debole… per un team, per l’azienda, quanto costa la mia performance non all’altezza? Quali costi comportano i limiti della mia performance?
Fare coaching è vedere sempre mentalmente il team.

Il team, d’accordo. Ma mi stai parlando anche della performance individuale?

Quando giocavo, mi ricordo, mi capitava di giocare veramente bene, a volte. E tutti si stupivano.
Forse anche io stessa. Ma sentivo che giocavo bene… non sentivo la pressione, giocavo senza pressione. Invece altre volte desideravo intensamente giocare bene, ma sentivo la pressione, avevo come un elastico che tirava indietro il braccio.
Vedo questo anche nel lavoro. L’ho provato su me stessa. Quando non mi sentivo tranquilla, o mi focalizzavo troppo intensamente su un obiettivo –‘devo giocare bene’, mi dicevo– non rendevo.

Quindi c’è necessità che la persona lavori su di sé, ma c’è anche l’importanza del clima adeguato.

Quando lavoravo nella merchant bank, non si parlava. E se si parlava, ti dicevano che eri troppo diretta. In azienda l’atteggiamento viene percepito come un attacco personale, o viene esplicitamente usato come attacco personale. Come ho detto prima: in azienda le regole sono fatte sul cosa, non sul come. Mentre nello sport invece si esamina e si giudica l’azione, la persona è chiamata a valutare la sua performance in quel contesto, non c’è attacco personale. Ricordo che quando l’allenatore ci sgridava, ci sgridava sull’azione, con stima intera.

Ma qualcosa si potrà pur fare…

Per esempio, quando si creano progetti si possono stabilire le regole. Possiamo dirci: ‘giudichiamoci sulle azioni, non mettiamoci in discussione come persone’.
Possiamo dirci: ok, diamoci delle regole, perché le regole nel lavoro ci vogliono, ma decidiamole noi queste regole, decidiamole insieme. Possiamo dire cosa non ci va bene. Promuovere il dialogo, l’ascolto, la raccolta di osservazioni su cosa non funziona.

È qui che il coach aiuta, no?

In azienda il coach è facilitatore della relazione. Se non ci si sente ascoltati, se non ci si sente riconosciuti, si finisce per far resistenza. Quando si rimuovono gli impedimenti il dialogo fluisce.
Se il messaggio è chiaro. Il messaggio va veicolato. Le persone accettano il cambiamento,
se gli viene spiegato.

Il coach aiuta ma non sostituisce.

Certo, non è come nello sport. Le dinamiche aziendali sono più pressanti. A differenza di quello che accade all’allenatore, il dirigente non va fuori se perde. In azienda la colpa è della squadra.

Ma quello che non può fare il manager, non può forse farlo il direttore del personale? Non è lui, in
un certo senso, il coach?

In parte è così. O meglio, forse potrebbe essere così.
Ma nella pratica quello che accade è che l’Hr si trova a risolvere il problema: la dinamica mal gestita, la scarsa attenzione. Ma l’Hr non sa da dove cominciare, perché conosce le persone e le situazioni solo attraverso il capo.

Quindi serve che tutti i manager, pur senza mai poter essere solo coach, o del tutto coach, si avvicinino all’atteggiamento del coach.

Avere l’approccio da coach significa uscire dall’arroccamento, dal timore di perdere il proprio ruolo di manager.
Significa provare a vedere le cose con prospettive differenti.
Provare ad andare oltre la convinzione del proprio punto di vista. Non mettere in discussione la sovranità del proprio punto di vista, ma provare a vedere una soluzione congiunta.
Che non è un compromesso, è trovare un terreno comune. Occorre avere il coraggio interiore e l’umiltà di investire il tempo ad ascoltare.

E dunque, quello che non può fare il manager, può farlo il coach.

Il dirigente va d’accordo con persone che sente non concorrenti; o va d’accordo con le persone
che pensano allo stesso modo. Oppure con le persone che percepisce come equilibrate, tranquille.
Ma così non valorizza le star. Il dirigente dovrebbe allenare i collaboratori… ma anche il dirigente potrebbe essere allenato.

Come si allena un dirigente? O meglio: come alleni un dirigente?

Primo allentamento: far percepire all’altro che mi sento tranquillo nell’avere relazioni con lui, che pure è una persona che mi misura, che è diffidente.
Nonostante il non detto sto tranquilla. Non c’è bisogno di spiegare cosa sto facendo. L’importante è stare nella relazione. Il rapporto di fiducia cresce, lui via via si sente più a suo agio.
Partendo dalla mia accettazione, dall’ascolto, i dubbi su cosa voglia dire questo incontro si chiariscono via via da soli. E lui riesce a dire cose molto forti, si libera molto power.
Altro aspetto importante del lavoro del coach è far vedere attraverso prospettive diverse. Non ti sanno dire perché si sono focalizzati su un solo aspetto, su un solo punto di vista. Ma spesso ci sono strade inesplorate.
L’allenatore nel mondo dello sport dice: fammi vedere, gioca. Così il coach. In azienda. Osserva, con l’atteggiamento di chi dice: fammi vedere tu come potresti arrivare a quella prestazione non standard. Con il coach si impara l’accettazione di sé.

Siamo tornati a dire del ruolo centrale dell’osservazione.

Il coach osserva l’altro che si muove nel suo spazio, così come l’allenatore osserva l’atleta, o la squadra che sta allenando. Il coach osserva la persona che ha di fronte, in questo sta la sua capacità, e la aiuta a far prendere consapevolezza di se stesso. Cerca l’allineamento tra corpo e mente.

Quindi, se dovessi dirmi dove sta la bravura del coach, il metro sul quale lui stesso si misura?

La bravura del coach sta nel far prendere consapevolezza all’altro e semmai nello sfidarlo a mettere in gioco il suo potenziale, a fare di più. Si lavora all’allineamento di quello che sento con quello che penso. A scoprire quello che non ci piace, a scoprire cosa è più efficace, più giusto.
Si parte dall’as is, l’as is come lo vive la persona, la persona che sto allenando, il coachee. Insieme si guarda verso il to be. Il coach non interviene nel dire ‘dove andare’, anzi, se ne guarda bene. Il coach lavora perché il coachee superi le resistenze, si renda conto di ciò che lo frena, si riappropri della propria potenza e si assuma le responsabilità che generano la risposta.
La cosa fantastica è che nel coaching non ci sono problemi da risolvere, ma situazioni da affrontare, obiettivi da raggiungere. Non si va a esaminare il perché della situazione, la sua origine. Si cerca solo, insieme, un punto di partenza per uscire dallo stallo. Il coach non ha nessuna strada da indicare, ma affianca il coachee nel suo percorso.

Per fare questo ci vuole competenza, serve esperienza. Ritieni che si possa parlare del coaching
come professione?

È una professione. Si studia per arrivarci. C’è un’associazione internazionale. Ci sarà un momento in cui si specializzeranno figure professionali diverse nell’ambito del coaching.

Ma mi pare che tu intenda il coaching anche come un atteggiamento, qualcosa che forse va oltre la
mera professione.

Ricordo quando nel 2001 andai a una conferenza sul coaching, senza essere coach. Un collega inglese disse: “tu sei coach quando ti senti coach”… Esserlo per quello che hai dentro, come l’attore, anche nella vita privata. Certamente è una professione, ma è anche un modo di essere.
Un modo di intendere la propria vita e il rapporto con l’altro. Il coach è un metodologo, un conoscitore di linguaggi. Conosce il proprio, per questo è in grado di comprendere quello dell’altro.
È una crescita continua, spero ancora in corso, dove è in gioco la passione, il beneficio, il sentirmi meglio, sentire meglio ciò che sono…

Si può dire che il coaching aiuta a star bene?

Qualche mese fa ero nella metropolitana, con una collega –il coaching è una professione in prevalenza femminile– per andare da un cliente. Mi sono guardata intorno. Eravamo circondate da gente a occhi bassi. “Ti rendi conto”, mi sono trovata a dirle, “non solo ci pagano ma fa bene anche a noi”.
È anche uno stile di vita. Chi fa il coach ha benefici personali, perché coaching riguarda la persona. Riuscire a trovare quello che ti fa star bene, un lavoro che ti piace, un lavoro nel mondo che ti piace, congeniale, anche nel rispetto di logiche aziendali, è una gran cosa.

Ma la tua è anche una impresa. A partire dal coaching, da una professione, sei diventata imprenditrice. Come sei arrivata a dirigere un’azienda che si occupa di coaching?

Come sono arrivata all’azienda… Ho inseguito un sogno.
Ho scoperto che nel coaching si integravano parti diverse di me. L’esperienza sportiva, l’interesse per le persone, la curiosità per il funzionamento dell’azienda. Quando ho visto che mi corrispondeva, quasi automaticamente ho detto: ne faccio una professione.
Poi, senza forzature, sono arrivata a un’altra svolta. Adesso guido un’impresa che si occupa di coaching, ma anche di consulenza e di formazione. Accoglie persone diverse, ognuna con una sua storia e una sua vocazione.
Per me è una sfida: mettere insieme l’imprinting, quello che resta sottotraccia delle figure familiari, che mi hanno portato verso l’impresa, con il mio interesse professionale.

Non credo la tua sia una impresa ‘normale’. Se tu sei coach…

Sono imprenditore e sono coach di chi lavora con me. Ho un mio stile, che credo mi porto dentro.
Così si chiude il cerchio, essere imprenditore e mettere in campo nella mia azienda quello in cui credo. Sperimento su di me, perché il coach è allenamento continuo. Cosa fai per comunicare, cosa vuoi raggiungere con la comunicazione efficace. Cosa fai per mettere ognuno nelle condizioni di lavorare bene, per farlo crescere. L’azienda ha le sue logiche, ha le sue strutture. Ma questo non nega il rispetto. L’azienda può essere il luogo dove uno sta perché ci vuole stare.
L’azienda è fatta di persone che si sentono libere di esprimersi. È il mio sogno. Ogni giorno sfide nuove.

E se tu dovessi chiudere questo colloquio in una frase?

Essere coach, non fare il coach.

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